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Coliti, malattia di Crohn: identificata una terapia alternativa

Individuata una terapia alternativa ai farmaci antinfiammatori per la cura delle malattie infiammatorie croniche intestinali. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine dai ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis (Usa), secondo cui il nuovo trattamento, che attenua l'attività di un gene collegato alla coagulazione del sangue, sarebbe efficace soprattutto nelle persone colpite da forme gravi e nei pazienti che non rispondono alle terapie attualmente disponibili.

 

“C'è un grande interesse nei confronti di nuovi approcci terapeutici per le malattie infiammatorie croniche intestinali, perché l'inibizione delle molecole infiammatorie non funziona per tutti i pazienti - spiega Thaddeus S. Stappenbeck, che ha coordinato l’indagine -. Abbiamo individuato un obiettivo che pur non essendo una molecola infiammatoria, se viene  bloccato riduce l'infiammazione e i sintomi della malattia, almeno nei topi”.

 

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (in inglese Ibd - Inflammatory bowel disease), che comprendono la malattia di Crohn e la colite ulcerosa, in genere vengono trattate con farmaci anti-infiammatori come i corticosteroidi e, nei casi più gravi, con immunosoppressori più potenti come gli inibitori del Tnf-alfa, che neutralizzano una proteina immunitaria. Gli scienziati statunitensi spiegano che i primi non sono efficaci per alcuni pazienti, mentre i secondi possono provocare effetti collaterali seri, come l’aumento del rischio di infezioni e di cancro. Per trovare un’alternativa a questi trattamenti, i ricercatori hanno quindi analizzato 1.800 biopsie intestinali raccolte ed esaminate durante studi precedenti, che avevano messo a confronto  presone sane con pazienti affetti da forme di Ibd lievi, moderate e gravi.

 

L’analisi ha permesso d’individuare  alcuni geni correlati alla coagulazione del sangue che risultavano attivi nei soggetti con malattie infiammatorie croniche intestinali. In particolare, il gene Serpine-1 e la proteina corrispondente erano presenti in dosi elevate nelle aree infiammate dell'intestino nei pazienti affetti da Ibd. Per verificarne il ruolo, gli scienziati hanno studiato due gruppi di topi: ai primi hanno somministrato una sostanza chimica che causa un'infiammazione intestinale simile a quella caratteristica delle Ibd, mentre ai secondi una sostanza chimica innocua. Hanno così scoperto che i roditori che avevano ricevuto la sostanza dannosa hanno perso peso, hanno sviluppato un’infiammazione intestinale e mostravano un’espressione sei volte maggiore del gene Serpine-1 rispetto agli altri topi.

 

Successivamente, gli esperti hanno trattato gli animali con un composto chiamato Mdi-2268, che blocca l'attività della proteina regolata da Serpine-1. Gli animali in breve hanno mostrato segni di miglioramento: hanno perso meno peso e il loro intestino era meno lesionato e infiammato rispetto a quello dei topi trattati con un placebo. “La cosa più eccitante qui è che l’espressione di Serpine-1 e della sua proteina sembra maggiore nelle persone che hanno la forma più grave della malattia e nei soggetti che non rispondono agli immunosoppressori biologici – conclude il dottor Stappenbeck - . La nostra scoperta potrebbe aiutare molte persone affette da Ibd, specialmente quelle che non ottengono benefici dalle terapie attuali”.

 

Foto: © Naeblys - Fotolia.com

 

di Nadia Comerci
Pubblicato il 12/03/2019

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